lunedì, 25 febbraio 2008

" Non posso continuare. Continuerò"

S. Beckett

Naufraghi.

Li guardavo, quel giorno, tutti riuniti in chiesa per la messa di Pasqua,i miei colleghi. Ad uno ad uno li passavo in rassegna, visto che ero lì solo perchè costretta dal servizio, e pensavo a quanto conosco di ciascuno di loro. Tanto, purtroppo. Sono una di quelle persone che ispira confidenze, di quelle che parlano poco di sè ma sanno ascoltare. Almeno così dicono. E la gente questo vuole, a volte, solo qualcuno che ascolti senza mostrare fretta, che stia lì a sentire quello che c'è da sentire; disperazioni, il più delle volte, anche se riferite con un mezzo sorriso, quasi di scusa. Io ascolto, sì.

Stavano in chiesa, tutti impettiti, vere caricature di insegnanti severi, mentre i ragazzi facevano finta di andare a confessarsi per essere più vicini all'uscita e sgattaiolare via, dopo un frettoloso segno della croce: e loro niente, non si accorgevano di niente, nonostante gli sguardi circolari e aggrottati pronti a fulminare il primo fuggitivo.

Eccolo lì, quello studiava con me all'Università: quasi stento a riconoscerlo con l'impermeabile beige e i  pochi capelli brizzolati e ben ravviati. Voleva fare il professore universitario o, quanto meno, restare nell'ambito della ricerca: insegnare latino a quatto ragazzini brufolosi e con gli ormoni a mille? Niente di più lontano dai suoi progetti!

E lei, la mia amica della maturità, sta lì, appoggiata a una colonna e tiene gli occhi chiusi: anche se li avesse spalancati, non le servirebbero a molto perchè non vede quasi più, non distingue i contorni del viso delle sue figlie. E non ha quarant'anni. Il suo Dio, visto che lei ci crede, si è fatto vivo così, le ha fatto questo regalo per manifastarle la Sua predilezione. Lui prende e Lui dà: la mia amica non vede ma canta da contralto. Ogni giorno la incontro, le vado vicino e la bacio. E scrivo per lei, e leggo per lei. Anch'io ci sono e la prediligo.

C'è poi quella piccola ed elegante: l'anno scorso era in una clinica del Nord a curarsi per non so quale gravissima malattia...sotto il fondo tinta le occhiaie sono gonfie e nere. Lei sorride, felice di questo scampolo di vita, del suo bel cappotto nuovo, delle vacanze imminenti. Chi non è felice, invece, sta seduta alla mia sinistra: tirata in viso, trucco e mise da ragazzina nonostante il seno un po' cadente ( solo un po') e l'incipiente cellulite. Il suo dramma è invecchiare, come per molte persone che sono state belle e hanno puntato tutto sulla loro avvenenza: a cinquant'anni ti crollano molte certezze, non solo il sedere, soprattutto quando il tuo compagno di una vita ha pensato bene di mollarti, magari per una più giovane.

Sull'altare, il prof di religione blatera un sermone lunghissimo: pochi ascoltano, molti sbadigliano. Non lo conosco bene, ma conosco il celebrante a latere che è un diacono. Gli voglio bene perchè...non so perchè: è uno allegro, ha sempre qualcosa per cui ringraziare Dio e, quando ci scambiamo gli auguri mi dice sempre " vorrei che tu avessi tutto ciò che desideri" che, anche se in quel momento non desidero niente, mi pare bellissimo lo stesso. Eppure non ha una lira, mantiene due famiglie e lavora come uno schiavo. Mi ricorda il protagonosta di una novella di Pirandello, quello che sentiva fischiare il treno e, finalmente, si liberava per un attimo della sua vita impossibile. Mi dico che, forse, per il mio amico il treno fischia quando sta sull'altare.

Seminascosto e serio, elegantissimo, con l'aria di chi concede la sua presenza solo per degnazione, c'è quello che, un tempo, ho creduto un fratello. Chissà perchè è qui: la sua donna sta malissimo e lui è qui. Forse, mi chiedo, questo è l'unico posto dove potrebbe essere? Lo guardo e non lo riconosco, però vorrei avvicinarmi e dirgli "coraggio". Vorrei ma non lo faccio, non mi riesce. Se credessi che pregare può servire a qualcosa, adesso pregherei per lui e per la sua compagna . Però non ci credo e non so neanche pregare. Mi sorprendo a guardare il crocefisso e a pensargli contro un "vedi di girare un po' lo sguardo da quella parte, tu..." Servirà? Mah.

La chiesa, nonostante le fughe di massa, è ancora piena; c'è un coro non proprio intonato che canta qualcosa che non conosco. Arriva la preside. Di fretta, come sempre, senza pompa magna e senza seguito, va a sedersi composta ma senza affettazione, nella fila davanti. Anche a lei voglio bene : se ancora sopravvivo in mezzo a questo marasma di persone, conosciute eppure così estranee, lo devo a lei. Mi è stata amica, come ha saputo e potuto, quando gli altri amici avevano troppo da fare. la guardo ed è una gioia vederla in mezzo ai suoi ragazzi che conosce tutti per nome, uno per uno.

"La messa è finita.." Meno male. Ora vado via. Bacio i ragazzi e le mie collegamiche. Bacio la preside. Esco e c'è il sole. E' Pasqua anche per me.

Sono qui, anche se non so per quanto.

postato da: Milosz alle ore 20:22 | Permalink | commenti (3)
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domenica, 18 febbraio 2007

OVUNQUE TU SIA.

Quando vivevo sull'isola, ero diventata come lei: solitaria, un po' brontolona, sognatrice. Mi piaceva starmene sulla spiaggia anche quando faceva freddo ad aspettare le barche che tornavano dalla pesca; oppure guardavo l'orizzonte sperando di vedere in lontananza la nave di mio padre. Mai successo.

Non avevo molti amici e neanche li volevo. Se veniva a trovarmi qualcuno, non vedevo l'ora che se ne andasse, perchè lo sentivo estraneo al mio spazio, quasi un invasore. Estraneo al mio tempo, che era quello dell'isola, dilatato, lento, lunghissimo tempo, in cui c'era la possibilità di fare tutto. Di ritrovare tutto.

Tornavo, un lunedì di tempesta. Il molo era spazzato dal mare e dalla pioggia e mi inzuppai subito, appena scesa la scaletta del battello. Con la mia borsa e lo zainetto sulle spalle, pensavo che non sarei riuscita ad arrivare a casa perchè il vento mi spingeva indietro. " Dammi quella borsa". Mi giro e vedo Nino. Fermo davanti a me, coi piedi scalzi e i capelli scoloriti dal sole e dall'acqua salata. Ma lui non era un nativo del posto, non faceva parte di quel mio tempo: lui apparteneva al passato, quello dell'Università, dei pomeriggi trascorsi a studiare in biblioteca, dei foglietti di carta su cui scrivevamo perchè non potevamo parlare a voce alta. " Dammi la borsa". Gliela do, senza neppure salutarlo. "Ma che fai qua?" " Questa è casa mia, te lo sei scordato?" Già. me l'ero scordato. Nino andava per mare, si costruiva da solo le sue barche a vela e poi andava. Mi aveva portato a vedere la prima: un guscio di noce che ci sembrava un panfilo chiusa in quel garage sulla spiaggia.

" Dov'è la barca, Nino?" " E' al sicuro, Sei tu che mi preoccupi: se ti bagni ancora un poco dovrò curarti l'influenza!" Eccolo lì il Nino di sempre: gli ispiravo sentimenti paterni, aveva sempre sentito il dovere di proteggermi da qualcuno o da qualcosa. O da me stessa. " Sto bene. E l'influenza me la curo da sola". Ride."Sei cresciuta, eh già!" ma io so che non è un caso se l'ho incontrato, glielo leggo negli occhi che è lui ad avere un malanno e che ha bisogno di me. Quando si è amici da giovani certe cose non si perdono, basta uno sguardo o un gesto per ritrovarsi. Nino ride e mi prende in giro mentre mi accompagna.

Di sera stiamo a cena insieme a casa mia: cucina lui che è bravo; io ho il vino buono, quello che scioglie i pensieri e la lingua. Così vengo a sapere che è sull'isola per una donna, una che conosco di vista. Lei lo ama, dice, e vuole sposarlo addirittura. " E tu?" gli chiedo. " Io ho promesso che non l'avrei lasciata sola. Ma sono pieno di dubbi, mi sento trascinato in una cosa che non so se voglio fare. Forse no". " E la barca?" lo dico per provocarlo. " Vieni, ti porto a vederla!" E gli brillano gli occhi.

Andiamo, di notte, con un buio pesto perchè non ci sono neppure le stelle, in una parte riparata della spiaggia, dove sta la sua barca a vela. Non è più quel guscio di noce che ricordavo. questa è una barca vera, fatta per andare lontano. Nino ne accarezza lo scafo bagnato, sfiora la vela ammainata con dita leggere, come un amante tenero. Lo ascolto parlare di "Concetta" come fosse una donna vera, fatta di carne. gli sento dire a bassa voce che il suo amore è lì, è quella barca, che non vuole più stare sull'isola ma lontano, sul mare. " Ma forse ho degli obblighi qui".

Obblighi. Penso a me, a tutte le volte che mi sono negata la vita. ma io, almeno, gli obblighi ce li avevo sul serio, me li ero intrecciati con le mie mani, mi ero incasinata la vita per scelta. Mi veniva la febbre, " Andiamo dentro, qua ti ammazzi". Nino mi mette il suo giaccone sulle spalle e mi fa entrare sotto coperta, al caldo.

Gli parlo, tutta la notte, fra uno starnuto e un colpo di tosse ; e quando non posso più parlare, gli scrivo i bigliettini, come facevamo da ragazzi, quando il tempo era ancora tanto davvero e tutto era  possibile. E' ancora possibile, Nino, per te è ancora possibile.

Sulla spiaggia, all'alba, guardo il mare. la giornata sarà buona, il cielo è rosa, la vela è lontana.

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domenica, 11 febbraio 2007

MEMENTO.

Fuori piove. Pioggia sottile e insistente, gocce piccole che non bagnano i vetri della finestra. Ho gli occhiali da lettura sul naso e guardo fuori: passano migliaia di macchine ma rumori niente nè per strada nè dentro di me. Proust sta sulle mie ginocchia e aspetta paziente che io riprenda il filo dei suoi ricordi, cosicchè essi possano tornare a vivere dalle pagine del libro. I ricordi. nelle storie, nelle parole, nel discorso diretto, in tutto ciò che mi è capitato di scrivere ci sono i miei ricordi, affastellati e confusi. E' che proprio non riesco a leggere: ogni parola del libro mi porta qualcosa, insopportabili de ja vue. Proust fa una pausa, una digressione e a me viene in mente la mia vita, con le stesse pause e le stesse digressioni: e adesso comincia ad essere lunga, la mia vita. Mi aggrappo ai ricordi non per nostalgia, no, ma solo perchè a volte ho come la sensazione di non aver vissuto appieno, di aver lasciato che le cose mi scivolassero addosso senza toccarmi più di tanto. E' stata paura di soffrire?

Proust si dilunga su Combray: la strada. il campanile in lontananza e poi sempre più vicino, la parte dei Guermantes con le siepi di biancospino. A me torna in mente l'avvicinarsi lento di un treno in stazione, nel caldo di giugno, che porta la promessa dell'estate; ho mia madre accanto, bella e fiera e mio padre che ci saluta perchè, come sempre, non sarà con noi. Vado in un luogo che non ha sentieri di campagna nè siepi, ma che per me rappresenta il viaggio, l'ignoto tempo, l'avventura. Così era anche quando andavo nell'isola, di cui mi sentivo parte. Forse è questo: il tempo è l'unica cosa che mi appartiene veramente e quello dei ricordi a maggior ragione.

Nel libro, inopinatamente, ho riposto delle foto. Sono le mie alunne di qualche anno fa e, dietro, ci sono le dediche alla prof. Malinconia, malinconia. Via queste foto. L'unica cosa che mi piace guardare è il giardino di scuola tutto verde e un ragazzo, sullo sfondo, che ha una chitarra in mano.

Quando avevo l'età delle mie alunne, tutti tenevamo una chitarra in mano, tutti provavamo a suonare. Io non ero brava, però cantavo bene, canto ancora bene. Paolo invece era uno bravo e lo sapeva, credo, per questo aveva quell'aria odiosa.Mi ricordo di lui con la chitarra e un maglione rosso mentre canta Guccini. Vladimiro, invece, cantava Te recuerdo Amanda, o qualcosa del genere, invece il ragazzo che amavo non cantava mai.

Non lo so il senso di queste cose, non trovo il senso: lascio che le parole e i pensieri escano così come mi vengono. Aspettando che si trasformino in una nuova storia.

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lunedì, 25 dicembre 2006

                                                                                                                      "Ma voi, vivi a casaccio, che sputate

sulla vita che è stata; voi interpreti arroganti

( non solo del passato putrefatto, ma del; non più, presente codificato)

voi non sarete mai.

Solo è chi manca, e perciò ritorna.

Carmelo Bene.

E SICCOME E' NATALE...

Auguri, auguri.

A quel rex angelorum che oggi, per convenzione, nasce, povero ebreo in una grotta. A chi nelle grotte ( casa o anima ) ci sta ancora e ha smesso di chiedersi il perchè. A chi è stato scomunicato perchè ha fatto il suo lavoro di filologo. A Piergiorgio Welby, che ora sta bene e se ne impipa di chi nega un funerale a un cristo in croce da una vita; a tutti quelli che, come lui, non vedremo più ma che ci sono sempre. A mio padre. Auguri atutti quelli che hanno scelto di passare il Natale con gli ultimi della terra: Auguri a tutti i preti, perchè ce ne sono ancora che ci credono. Ai preti finti, quelli che si occupano di giudicare le scelte ( in greco " eresie" ), a queli no, niente auguri. Al Pastore tedesco, sperando che questo Natale gli restituisca un po' di carità cristiana. A tutti quelli che il Natale lo fanno sotto le bombe e sorrodono lo stesso. Al mio amico medico che sta in Iraq ad aggiustare gambe bambine e ai soldati che ci stanno, lì come altrove, e non sanno più il perchè. A mia madre che, se solo potesse, starebbe ancora sulle barricate. A chi non ci sta più, nemmeno metaforicamente. Ai miei figli, belli come il sole, amore mio. Al mio compagno. Compagno.

Auguri ai miei amici invisibili. Auguri a Col, cara e delicata. Auguri a NM, amico di blog, sempre vicino alle mie corde. Auguri a Junco che continuo a leggere con passione ma di cui ho scordato il viso. E auguri anche a me, che ho deciso di riprovarci.

Mentre Carmelo Bene mi canta Dante.

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lunedì, 04 dicembre 2006

Mimì.

Ci sono cose della vita che tornano nei momenti più imprevedibili.

Mimì faceva la merciaia in via Piemonte, nella città della mia infanzia, di fronte al giardino dove si consumavano i giochi bambini e poi, più tardi, quelli adulti. Capitavamo spesso, noi della banda, nel suo negozio ingombro di roba per comprare le catenine colorate: costavano poco( dieci catenine dieci lire) e noi ci giocavamo intere mattinate, organizzando tornei alla fine dei quali io, unica "femmina", tornavo vittoriosa con collane lunghissime che mi attorcigliavo orgogliosamente intorno al collo. " Sei un maschiaccio" mi rimproverava Mimì " perchè non vai a giocare a campana con tutte le altre bambine della tua età, invece di sbucciarti le ginocchia e i gomiti insieme a questi scalmanati?" e, scuotendo la testa, mi consegnava la razione giornaliera di catenine. Non mi piaceva essere rimproverata così, non era colpa mia se odiavo campana e amavo fare le gare con i tappi della birra o giocare a palla prigioniera e, soprattutto, non era colpa mia se le bambine erano tutte antipatiche e passavano giornate intere a lisciarsi i vestiti e a parlare fitto fitto sedute sulle scale. Non ero un maschiaccio, io. Però Mimì mi piaceva, così piccola, bionda, truccata con l'eye liner come la Bardot e mi piacevano i suoi vestiti colorati: lanciava continue occhiate alla porta d'ingresso, come aspettasse sempre qualcuno che venisse a trovarla. Dietro di lei, migliaia di bottoni colorati: grandi, piccoli, pieni di lustrini o di legno, semplici bottoncini di camicia o pomposi bottoni da sera: erano bellissimi, sembravano dipinti sulle scatole. Una volta, Mimì mi aveva detto " Se non la smetti di comportarti come un maschio, non troverai marito. Li vedi tutti quei bottoni? Sono tutti diversi ma fanno tutti la stessa cosa. Anche i ragazzi sono così: ce ne sono di belli, di bruttini, di splendidi ma a nessuno di loro piacciono le ragazze che tengono testa a un maschio". Non avevo capito nulla, naturalmente: avevo dodici anni e un sacco di amici, non avevo mai fatto veramente caso alla loro " differenza di genere".

E io lo vidi, un giorno, quel qualcuno che Mimì aspettava. Era un marinaio, come se ne vedono tanti in quella città, alto, bello e del nord. Mimì lo ascoltava affatata, languidamente appoggiata al suo bancone, stretta in un vestito giallo sole. Nemmeno quando mi diede le catenine staccò gli occhi da lui e mi fece un cenno brusco con la mano per mandarmi via presto. Ma la scena era troppo bella e io volevo continuare a guardare: così mi appostai in un angolo del negozio e ascoltai la prima dichiarazione d'amore della mia vita.

Ora, forse io ero troppo bambina, forse lo ero più delle altre bambine del giardino e questo, credo, fosse il risultato della mia assidua frequentazione con i ragazzini, ma davvero non riuscii a trattenermi e scoppiai in una sonora risata che fece sobbalzare il marinaio e inviperire la povera Mimì. Ovviamente fuggii a gambe levate dal negozio e, per quell'estate, non vi rimisi più piede.

Ieri qualcuno mi ha detto che a volte bisogna far finta di perdere nelle discussioni, per poi ottenere ciò che si vuole.

Gesù! Che avesse ragione Mimì?

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venerdì, 14 luglio 2006

ciao, ciao...

Io vi saluto, care presenze che mi avete tenuto compagnia in questi mesi. Vado in vacanza e, vi dico sinceramente, non so se tornerò a scrivere nè so per quanto tempo ancora questo blog sarà leggibile. E' stato bello.

Tuttavia, verrò a leggervi ancora: non potrei più fare a meno delle storie di NM, delle poesie di Col, dei furori di Junco. Va bene così.

UN ABBRACCIO COLLETTIVO E BUONA ESTATE A TUTTI.

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martedì, 13 giugno 2006

Elena

 

Si andava al mare presto, sveglia alle sette. Lo stabilimento era vuoto quando loro arrivavano, era un po’ triste, ma il mare era cristallino, la sabbia finissima e bianca, la libertà assoluta. Bimba prendeva il primo bagno appena arrivata, da sola. L’acqua era fredda ancora, di un colore diverso da quella del mare della sua isola, e i fondali non avevano improvvise profondità ma si mostravano bassi e sabbiosi per molti metri dalla riva. Bimba diceva che era, quello, un mare di meditazione: la lunga passeggiata prima che l’acqua le arrivasse alla vita, le dava il tempo di pensare a tante cose, favoriva la sua pericolosa tendenza a complicarsi la vita con domande cui nessuno poteva dar risposte.

L’anno dei suoi sedici anni, Bimba era taciturna: rideva poco, leggeva tanto e non prendeva il sole. Gli amici l’avevano stufata, le sembravano bambinoni grandi e grossi. Se ne stava prevalentemente sotto l’ombrellone a guardare la gente insieme a Elena. Elena. Sua cugina maggiore, ventitre anni, ragazza " diversamente abile". Odiosa, ipocrita definizione. Elena parlava una lingua strana che solo chi viveva con lei riusciva a capire, aveva caratteri somatici piuttosto scimmieschi, soffriva di crisi isteriche, di notte si strappava i capelli. A volte, in casa, faceva scoppiare tragedie per niente: gelosissima dei suoi dischi di vinile ( che ascoltava a volume altissimo), del suo " Radiocorriere", che non mostrava a nessuno e sfogliava dalla mattina alla sera per sette giorni, finchè arrivava quello nuovo. Elena aveva imparato le lettere dell’alfabeto e leggeva, a modo suo, così sapeva sempre gli orari delle trasmissioni e i nomi dei personaggi dello spettacolo. Era una ragazza come le altre, con gli stessi desideri e gli stessi entusiasmi: ma sapeva di essere "diversa". Era questa la tragedia: Elena si rendeva conto di essere brutta, di non saper parlare, di non poter fare ciò che alle sorelle e alle cugine era consentito e le odiava e le amava moltissimo. Bimba era la sua preferita, a lei lasciava guardare il giornale ogni tanto e la lasciava cantare sui suoi dischi, ogni tanto. Ma Bimba era triste quell’anno, non cantava con lei, non la faceva ridere, non andava a ballare. Non era più felice come l’anno prima.

Sotto l’ombrellone faceva un bel fresco; le due cugine guardavano il mare e la gente, ognuna nel suo mondo. Bimba pensava a quel ragazzo che aveva lasciato a casa, chissà se lo avrebbe ritrovato al ritorno, chissà per quale viaggio era partito e quale gente avrebbe incontrato, beato lui, mentre lei se ne stava lì come una stupida, a far nulla, senza alcuna voglia di vivere l’estate. " Male tu ?" le chiese Elena. " No, sono solo scema", rispose. Risata a squarciagola, vicini di ombrellone che si voltano a guardare. " Zitta Elena, non urlare così". " Io ice". Io sono felice. " Sei felice. Perché?"" Tu qua, a me". Perché tu sei qui con me. Bimba si alzò dalla sdraio e l’abbracciò forte forte. " Tu no casa. Male casa" Non tornare a casa perché ti fa male. " Ok, Elena, resterò qui. Ora scriviamo. Coraggio, quaderno e penna!" Altra risata a squarciagola, altra occhiata pietosa dei vicini. Bimba alzò il volume della radio "Cantiamo allora, Elena, cantiamo forte". E cantarono, finchè quelli smisero di guardare. Poi Elena prese carta e penna e con la sua grafia grande e tremolante scrisse : Biba mia. Bimba mia.

Fu un’estate felice fatta di parole e frasi senza verbo. Fu l’estate in cui Bimba penetrò nel mondo incantato di Elena e scoprì che era fatto di sogni, di progetti, di piccole felicità quotidiane, di grandi antipatie e di immensi amori. Capì che non era necessario partire per scoprire nuovi mondi né tanto meno era utile scappare dalle paure. Capì il significato della parola "cura": stava in una mano sulla spalla e due parole "Biba mia".

 

A V., mia cugina amatissima, che ha cercato di insegnarmi a guardare in faccia la realtà pur senza smettere di sognare

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domenica, 11 giugno 2006

E il Signor Hood era un galantuomo

Sempre ispirato dal sole

Con due pistole caricate a salve

E un canestro pieno di parole…

A M.S. con autonomia.

Io lo so che ci sei. Stai nascosta da qualche parte, intanata come un animale ferito, ma non sei morta. Non ci sono riusciti ad ammazzarti perché, tuo malgrado, hai la pellaccia dura e due spalle grandi così. Lo so, lo so che non ti piace questo ritratto di te stessa, so bene che altro ti senti dentro di essere e che mai ti saresti aspettata tanta solitudine. Di testa, soprattutto. Ma che vuoi farci, amica mia, sono cose che capitano ai vivi, a quelli che la vita la cercano ogni giorno e che di tanto in tanto si fermano a respirare Dio negli occhi di un figlio o quando spunta un fiore nuovo nel giardino. Sono cose che capitano a chi vuole vedere nascere il sole e pensare: " ok, cominciamo", aspettando ogni giorno che il sole sorga. Aspettando, pronta e vigile, le cose, un uomo, un amico, una parola che venga fuori, intatta e pulita, dal canestro .L’attesa è una dimensione scomoda qui dove vivi adesso, perché di solito rimane delusa: non sei più sull’isola dove il cuore batteva all’unisono col vulcano e il piede camminava a due metri da terra.

Ma non sei neppure quella che sembri oggi, una "signora" misurata, sorridente, molto ben conservata, che parla poco di se e che mostra a tutti quanto forte sia il suo equilibrio. Perché il tuo è un equilibrio che difficilmente potrebbe essere definito tale. E allora?

Il tuo figlio maggiore ti somiglia: lo guardi dormire e ti viene da piangere perché lo ricordi piccolino, quando si addormentava attorcigliandosi una ciocca dei tuoi capelli sul ditino della mano sinistra. Lo guardi e pensi "l’ho fatto io, col mio sangue e la mia carne" e lui, nel sonno, appoggia la mano aperta sul cuscino, come fai tu quando stai per svegliarti. Allora senti Dio, che sta lì vicino, magari ride o sorride di te e tu, che non conosci neppure il significato del verbo pregare, pensi a voce alta " grazie, dovunque tu sia ". Il tuo figlio maggiore ha capelli ricci come i tuoi e sogni come i tuoi, tanti sogni. Si sbaglia sulla gente perché la ama e non potrebbe farne a meno; dovresti dirgli di stare più attento ma non ci riesci perchè sai che non saresti credibile, figuriamoci.

Il tuo figlio maggiore ti conosce, perché a volte, con lui, vieni fuori, esci dal nascondiglio e ti senti ridere come una volta, persino cantare a squarciagola mentre suona la chitarra o correre in macchina alle due del pomeriggio nella città semideserta, col volume della radio altissimo, mentre lui ride come un matto. Ride con te, non di te: è un risultato.

Vieni fuori adesso, per favore, solleva quel panno che copre il canestro e lascia uscire le parole, lasciale libere, non stare a pesarle chè tanto la bilancia l’hai sempre usata male. Ora che qualche dio malvagio ti ha strappato i veli che appannavano e addolcivano la tua vista sulle cose, ora puoi scegliere di uscire, di decidere che ciò che vedi non ti piace, di ricominciare a pensare che tutto può cambiare. Di vivere, accidenti.

 

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venerdì, 12 maggio 2006

Errare è umano?

Ti ricordi quando, seduti sul divano a casa mia, abbiamo scritto un libro intero?

 Sembra passato un secolo e sono solo pochi anni. Tu sei invecchiato, così serio e pieno di sussiego, cerimonioso e formale senza più quel lampo diabolico negli occhi, che avevi prima di citare certi licenziosi epigrammi in latino all’indirizzo di colleghe che sorridevano e pensavano di essere oggetto delle tue attenzioni. Ora sproloqui continuamente, nulla va mai bene se non quello che dici tu e sei diventato ipocrita. Come tutti. Mi fa male guardarti e ascoltarti tanto quanto prima mi piaceva e penso con nostalgia alle parole che ti ho dato. Perché le parole sono importanti e io non ne ho mai regalate troppe.

Ora che ci penso, non ricordo neppure più che faccia hai adesso e questo mi rattrista molto. Andrò a leggere ciò che hai scritto una volta quando eri, in parte, un’altra persona. Forse ciò che non volevi.

Che tristezza vederti seduto in mezzo ai cervelloni che commentavano il tuo libro, incomprensibile ai più. Che tristezza sapere che sei gente e neppure della migliore.

Uno che dice di essere mio amico mi disse una volta: " Il fatto è che tu non sai valutare le persone". Aveva ragione, sbaglio sempre.

Oggi va così.

 

 

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lunedì, 24 aprile 2006

VECCHIO.

È BELLO MORIRE TRA COLORO CHE COMBATTONO

NELLE PRIME FILE………………………

Tirteo.

Ora che era pieno di rughe e nipoti, poteva forse sedersi alla finestra e riposare.

Nessuno aveva più bisogno di lui: non certo sua moglie che passava le giornate al telefono con la figlia maggiore, né i suoi nipoti sempre in giro tra amici, fidanzati e licei mentre l’unica che lo tormentava con le domande abitava in un’altra città. Il vecchio signore avrebbe voluto passare il tempo che gli rimaneva a raccontare com’era prima quel mondo che non capiva più e invece tutti sembravano indaffarati, oppressi da impegni sempre imprescindibili; quei suoi figli , che una volta tremavano per una sua occhiata severa, adesso lo guardavano con dolcezza e una puntina di commiserazione. Si era anche accorto che lo lasciavano vincere quando la domenica pomeriggio venivano tutti a casa per giocare con lui a briscola o a stop: non gli andava giù questa cosa, lui era un grande giocatore, le carte se le ricordava benissimo.

Certo, a guardarsi nello specchio, non si riconosceva più: non era lui quello che si trascinava con pena nel corridoio di casa. E pensare che quelle gambe così rigide avevano macinato centinaia di chilometri e le braccia, così magre e flaccide, erano state robuste e muscolose e avevano retto le pesanti sporte piene di farina e pane per la sua famiglia. Non riusciva ad accettare di non essere più capace neppure di andare al mercato a comprare le carote, povero vecchio!

Ma quale povero vecchio! Mai poteva essere considerato inutile un uomo in grado di raccontare quasi un secolo di storia: che nessuno si permettesse di considerarlo un rottame, lui che ricordava tutto, che poteva ancora rappresentare tanto. Se solo gliel’avessero lasciato fare…ma, a parte quella nipote ficcanaso, nessuno gli domandava mai nulla; era come se i suoi figli e i figli dei suoi figli avessero perduto la capacità di voltare la testa indietro: il collo dritto, avevano, come quello dei tacchini e guardavano al massimo a destra e a sinistra. Indietro mai.

Dalla finestra del soggiorno vedeva i palazzi di fronte: bei palazzi, certo, alti, nuovi fiammanti e coi giardini ben curati. Grande e bella era diventata quella città, c’era il progresso, e quante macchine in giro, quanto movimento! E allora perché si annoiava così tanto e tutta quella gente laggiù gli dava l’impressione di un popolo di formiche impazzito…quando era arrivato lui…già perché quella non era mica la sua città, nossignore, lui siciliano era, del catanese " anghe se l’accendo non si sendiva più". Era nato in un paese di montagna che, un tempo, era stato nobile e ricco; la sua casa guardava i campi e pure quando c’era la nebbia che offuscava la vallata, l’aria era fine e buona e c’era un silenzio canoro d’uccelli o di carretti che andavano al mercato. La mattina, la madre comprava il latte di capra e tutti loro, quattro sorelle e due fratelli, lo sorbivano in piedi, dalle tazze di coccio, prima di andare a lavoro. Sei giovani operosi, erano, l’orgoglio dei genitori. C’era una stanza dove Anna, Venera, Maria e Grazia cucivano perché erano sarte fine e avevano confezionato i vestiti per i matrimoni più importanti del paese. Raccoglievano in giro tutti i giornali che trovavano perché ne usavano i fogli per fare i modelli che poi appuntavano sulle stoffe con gli spilli. E lui, che bel giovanotto era stato, alto e smilzo, con gli occhi neri e l’andatura eretta e sicura; e che occhiate malandrine sul sagrato della chiesa, la domenica prima di andare a messa… Già, la chiesa. Il vecchio appoggiava la fronte alla mano e nascondeva un sorriso: era stato un uomo di chiesa, un tempo, lui il mangiapreti, padre di mangiapreti comunisti, per giunta.

C’era la perpetua che suonava l’organo, la domenica: a lui gli tirava il cuore quell’organo, gli venivano le lacrime agli occhi: le note prolungate, strazianti, la musica che sembrava non finire mai, anche quando l’organista aveva tolto le dita dalla tastiera, tanta era l’eco che restava nella chiesa; e l’odore d’incenso tutto intorno che impregnava i vestiti e le parole del parroco e i capelli bianchi delle vecchiette che biascicavano preghiere in latino, col rosario stretto tra le mani, sempre a lutto, con quei volti bianchi bianchi…

Eh

La colletta per i poveri, te la ricordi? Quando per una settimana mettesti in croce tutti quelli che incontravi per raccogliere denaro per il parroco? " Dobbiamo fare tutti uno sforzo per aiutare i nostri fratelli bisognosi. Dedichiamo questa settimana a raccogliere fondi da distribuire fra i poveri del nostro paese". Come ti sembrarono giuste quelle parole, come ti sentisti orgoglioso del tuo parroco! E quanti indumenti per i poveri le tue sorelle confezionarono quella settimana, lavorando anche la notte pur di non sentire le tue prediche. E quando venne il sabato arrivasti in canonica con un sacchetto di monete che, a distribuirle, avrebbero dato da mangiare a una decina di famiglie. " Bravo giovane! Questi serviranno per la parete dietro l’altare che dev’essere ridipinta!" " E i poveri, don Mario?" "Per i poveri c’è la Provvidenza". Ti ricordi, vecchio, cosa facesti allora? Che fai, ti viene da ridere? Il sacchetto volò per aria e tutte le monete, quasi per scherno, ricaddero addosso al parroco insieme alle tue parole piene di indignazione e sdegno.

Adesso devi andare fino in fondo. Non finì così. Una sera, che già stavate per andare a dormire, bussarono alla porta; tua madre aprì e due brutti ceffi la spinsero di lato : polizia, c’era una denuncia a tuo carico per atteggiamento sovversivo. Ma quando mai! Sono un operaio delle ferrovie, io, sono un buon cristiano, io. Vedremo, intanto dobbiamo perquisire.

Buttarono all’aria la casa e non trovarono nulla. Stavano già per andarsene quando, da sotto uno dei tavolini da lavoro delle tue sorelle, sbucò uno di quei modelli di carta: era il modellino di un’innocente mutandona da donna ma, ahimè, ritagliato sulla prima pagina di un numero de "l’ Avanti". Eccola la prova: eri un sovversivo socialista. Con quella mutanda di carta ti portarono in caserma.

Che fai, vecchio, piangi adesso? Perché? Non ti misero in galera, non ti mandarono al confino, non ti hanno dato neppure un pugno in faccia. Forse per questo piangi?

Com’è brutto quel palazzo di fronte. Somiglia a una caserma o a certi palazzi della città dove ti trasferirono " per punizione" insieme a tua moglie che aspettava il secondo figlio. Lontano lontano dalle tue montagne. E poi un’altra città e poi un’altra ancora: un figlio in ogni città, sempre un palazzo di fronte. Poi venne la guerra e non ebbero più il tempo di pensare a te che, nel frattempo, socialista eri diventato veramente.

"Vieni a tavola, è pronto". Andiamo a mangiare vah! Quando torna la nipote no! La nostalgia no. Che diamine, non era tutto cosi bello e spirituale in quella chiesa! Se vuoi ricordare, vecchio, ricorda tutto e bene per favore.

siciliana, devo ricordarmi di raccontarle questa storia. Forse lei non riderà.

postato da: Milosz alle ore 18:00 | Permalink | commenti (10)
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