" Non posso continuare. Continuerò"
S. Beckett
Naufraghi.
Li guardavo, quel giorno, tutti riuniti in chiesa per la messa di Pasqua,i miei colleghi. Ad uno ad uno li passavo in rassegna, visto che ero lì solo perchè costretta dal servizio, e pensavo a quanto conosco di ciascuno di loro. Tanto, purtroppo. Sono una di quelle persone che ispira confidenze, di quelle che parlano poco di sè ma sanno ascoltare. Almeno così dicono. E la gente questo vuole, a volte, solo qualcuno che ascolti senza mostrare fretta, che stia lì a sentire quello che c'è da sentire; disperazioni, il più delle volte, anche se riferite con un mezzo sorriso, quasi di scusa. Io ascolto, sì.
Stavano in chiesa, tutti impettiti, vere caricature di insegnanti severi, mentre i ragazzi facevano finta di andare a confessarsi per essere più vicini all'uscita e sgattaiolare via, dopo un frettoloso segno della croce: e loro niente, non si accorgevano di niente, nonostante gli sguardi circolari e aggrottati pronti a fulminare il primo fuggitivo.
Eccolo lì, quello studiava con me all'Università: quasi stento a riconoscerlo con l'impermeabile beige e i pochi capelli brizzolati e ben ravviati. Voleva fare il professore universitario o, quanto meno, restare nell'ambito della ricerca: insegnare latino a quatto ragazzini brufolosi e con gli ormoni a mille? Niente di più lontano dai suoi progetti!
E lei, la mia amica della maturità, sta lì, appoggiata a una colonna e tiene gli occhi chiusi: anche se li avesse spalancati, non le servirebbero a molto perchè non vede quasi più, non distingue i contorni del viso delle sue figlie. E non ha quarant'anni. Il suo Dio, visto che lei ci crede, si è fatto vivo così, le ha fatto questo regalo per manifastarle la Sua predilezione. Lui prende e Lui dà: la mia amica non vede ma canta da contralto. Ogni giorno la incontro, le vado vicino e la bacio. E scrivo per lei, e leggo per lei. Anch'io ci sono e la prediligo.
C'è poi quella piccola ed elegante: l'anno scorso era in una clinica del Nord a curarsi per non so quale gravissima malattia...sotto il fondo tinta le occhiaie sono gonfie e nere. Lei sorride, felice di questo scampolo di vita, del suo bel cappotto nuovo, delle vacanze imminenti. Chi non è felice, invece, sta seduta alla mia sinistra: tirata in viso, trucco e mise da ragazzina nonostante il seno un po' cadente ( solo un po') e l'incipiente cellulite. Il suo dramma è invecchiare, come per molte persone che sono state belle e hanno puntato tutto sulla loro avvenenza: a cinquant'anni ti crollano molte certezze, non solo il sedere, soprattutto quando il tuo compagno di una vita ha pensato bene di mollarti, magari per una più giovane.
Sull'altare, il prof di religione blatera un sermone lunghissimo: pochi ascoltano, molti sbadigliano. Non lo conosco bene, ma conosco il celebrante a latere che è un diacono. Gli voglio bene perchè...non so perchè: è uno allegro, ha sempre qualcosa per cui ringraziare Dio e, quando ci scambiamo gli auguri mi dice sempre " vorrei che tu avessi tutto ciò che desideri" che, anche se in quel momento non desidero niente, mi pare bellissimo lo stesso. Eppure non ha una lira, mantiene due famiglie e lavora come uno schiavo. Mi ricorda il protagonosta di una novella di Pirandello, quello che sentiva fischiare il treno e, finalmente, si liberava per un attimo della sua vita impossibile. Mi dico che, forse, per il mio amico il treno fischia quando sta sull'altare.
Seminascosto e serio, elegantissimo, con l'aria di chi concede la sua presenza solo per degnazione, c'è quello che, un tempo, ho creduto un fratello. Chissà perchè è qui: la sua donna sta malissimo e lui è qui. Forse, mi chiedo, questo è l'unico posto dove potrebbe essere? Lo guardo e non lo riconosco, però vorrei avvicinarmi e dirgli "coraggio". Vorrei ma non lo faccio, non mi riesce. Se credessi che pregare può servire a qualcosa, adesso pregherei per lui e per la sua compagna . Però non ci credo e non so neanche pregare. Mi sorprendo a guardare il crocefisso e a pensargli contro un "vedi di girare un po' lo sguardo da quella parte, tu..." Servirà? Mah.
La chiesa, nonostante le fughe di massa, è ancora piena; c'è un coro non proprio intonato che canta qualcosa che non conosco. Arriva la preside. Di fretta, come sempre, senza pompa magna e senza seguito, va a sedersi composta ma senza affettazione, nella fila davanti. Anche a lei voglio bene : se ancora sopravvivo in mezzo a questo marasma di persone, conosciute eppure così estranee, lo devo a lei. Mi è stata amica, come ha saputo e potuto, quando gli altri amici avevano troppo da fare. la guardo ed è una gioia vederla in mezzo ai suoi ragazzi che conosce tutti per nome, uno per uno.
"La messa è finita.." Meno male. Ora vado via. Bacio i ragazzi e le mie collegamiche. Bacio la preside. Esco e c'è il sole. E' Pasqua anche per me.
Sono qui, anche se non so per quanto.




